Visualizzazione post con etichetta abbandono. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta abbandono. Mostra tutti i post

mercoledì 16 novembre 2016

Se non ci fossero le adozioni ci sarebbero bambini da adottare?

Risposta a un commento al post ...e adesso pedala : "A 40mila genitori sono stati sottratti tutti questi 40mila bambini dalla nascita senza nemmeno avere la possibilità di fare il genitore. I nostri figli vengono dati a voi che li chiedete in adozione. Non potete nemmeno sapere che dolore ha una mamma al quale ingiustamente gli e stato negato di fare il genitore e per di più togliendo la podestà genitoriale per sempre. Praticamente non potremmo mai più fare un figlio. Adottate bambini stranieri che hanno bisogno. I nostri figli invece hanno i genitori vivi che combattono da anni per riaverli. Il vostro e solo egoismo. Usate il cuore ed il cervello non distruggete le famiglie. Grazie da parte di quei 40mila bambini che hanno i genitori vivi."

Alcune considerazioni:

A) I genitori adottivi NON hanno nessuna (sottolineiamo NESSUNA) parte nelle procedure di decadenza della potestà genitoriale. Se non ci fossero i genitori adottivi i figli allontanati dai genitori d'origine rimarrebbero in istituto (case famiglia) o in affido sine die; non sarebbero certo riaffidati alle persone da cui sono stati allontanati.
Quindi, se avete un residuo di amore verso chi avete partorito, dovreste essere grati ai genitori adottivi che accoglieranno, si prenderanno cura, ameranno quei nuovi figli che così non sentiranno la mancanza di una famiglia.
B) In nessun momento della procedura di allontanamento del minore da genitori considerati inadatti, i successivi genitori adottivi possono interferire, né possono conoscere gli atti del procedimento legale, né possono presentare istanze o farsi rappresentare legalmente. Anche quando il minore è in collocamento provvisorio presso di loro, sono un soggetto completamente estraneo a qualsiasi procedura. A discrezione del tribunale, ricevono solo le comunicazioni relative alle avvenute sentenze (senza altre informazioni, dettagli o motivazioni). 
C) Rischio giuridico significa che a volte per anni questi nuovi genitori amano e curano un bambino senza la certezza di poterlo tenere, senza la possibilità di fare qualcosa di concreto per intervenire sul suo avvenire, possono solo fare i bravi genitori in attesa di una sentenza definitiva che a volte (fortunatamente è raro) richiede che il figlio sia ricollocato nella famiglia d'origine (evento che spesso è dovuto a cavilli procedurali più che a giuste motivazioni).
D) I genitori adottivi non chiedono i figli in adozione; i genitori adottivi presentano una disponibilità ad accogliere in adozione un bambino che non ha più una famiglia (in stato di abbandono). Indifferentemente che sia stato abbandonato o che sia stato allontanato da genitori inidonei.

E) Non ci risulta che, in Italia, i figli vengano tolti alla nascita a mamme che non dichiarino chiaramente di rinunciare a tenerli; e anche in questo caso ci sono dei tempi non brevi che permettono alla madre di ripensarci.
F) Quando sono più grandi, in una legislazione che ha come prassi la difesa ad oltranza (a volte esagerata e immotivata) dei legami di sangue e che tergiversa nel prendere rapide decisioni riguardo all'inadeguatezza di certi genitori, ci riesce molto difficile pensare che un genitore da cui è stato allontanato un minore non abbia avuto tempo è possibilità per dare qualche segno di genitorialità adulta e consapevole per aggiungersi alle migliaia di genitori con i figli in affido temporaneo che sono in attesa di risistemarsi e riottenere i figli con loro.
G) Tra le migliaia di minori allontanati dai genitori d'origine, la maggior parte mostra danni fisici e psichici per aver subito violenze (anche sessuali), gravi trascuratezze, situazioni di vita meno che decorose, abbandono effettivo (anche se non dichiarato) e altre sgradevolezze. Quando la gravità dei fatti non richiede l'isolamento del minore dai suoii persecutori è sempre consentito ai genitori di rimanere in contatto con il minore (con accompagnamento o senza a seconda dei casi) e se il rapporto prormette una speranza di risoluzione l'allontanamento non è definitivo; si attiverà l'affidamento a comunità, a famiglie affidatarie, ecc
H) La constatazione di irrecuperabilità di un rapporto genitore-figlio per gravità dei fatti o mancamza di risposte soddisfacenti da parte degli adulti, porterà al decreto di decadenza della potestà genitoriale (come ultima ratio) a cui in genere viene fatta opposizione.
I) Dopo che i servizi sociali, il giudice di primo grado, il giudice di appello, la cassazione (in qualche anno di tempo) hanno giudicato una persona NON idonea a fare il genitore (non certo per capriccio, ma per motivazioni molto gravi), dopo il rischio giuridico sopportato con pazienza e con consapevolezza, la nuova famiglia adottiva NON merita che una persona estranea (dopo i decreti l'ex genitore lo è) cerchi in modi illegittimi e spesso illegali di contattare ancora il minore ad esempio tramite internet o social network (in buona compagnia di millantatori, truffatori e simili). 
Questo non è amore per quello che era figlio e che non lo è più, questo è puro egoismo. Si persegue un progetto fallimentare che può solo creare disturbo alla sua crescita psico-emotiva senza averne pratico giovamento personale che non sia la parziale attenuazione del proprio senso di colpa di non essere stati capaci di fare i genitori quando era il momento.

giovedì 24 marzo 2016

Articoli vari


Elenco dei post più significativi del blog

mercoledì 16 marzo 2016

Garanzia di successo?

Quale garanzia avrà quel bambino di sentirsi figlio...

Quando si pensa alle procedure che precedono l'adozione, si pensa soprattutto al fastidio di dover essere giudicati dai servizi sociali, di dover giustificare la disposizione delle stanze della casa, di dover raccontare le aspirazioni, i desideri, le paure, le disillusioni, il lutto da elaborare; ma cos'è questo lutto? Se siamo solo un po' delusi? Non è sufficiente? Avremmo dovuto prima precipitare nell'abisso della disperazione, per poi risalire verso una nuova speranza? Provare una nostra personale passione e resurrezione?
Aspettare settimane che i servizi abbiano tempo e personale per incontrarci più volte, per alcuni è scomodo, per altri è noioso o semplicemente tempo buttato. Perdere giornate lavorative per raccontarsi e parlare di temi scomodi con il timore di dire qualcosa che possa indisporre gli astanti, con la paura di sembrare troppo o troppo poco coinvolti emotivamente o troppo razionali, o aver timore di non sembrare equilibrati all'interno della coppia come se il desiderio di adottare fosse progetto di uno solo assecondato passivamente dall'altro è sicuramente fonte di stress. 
Sembra incredibile, ma ci sono casi di coppie che sono scoppiate durante il periodo di valutazione pre-adozione... ma forse queste non erano idonee a rimanere unite.
Per la maggior parte di noi, persone comuni di qualsiasi censo o educazione sedersi davanti a una coppia di assistente sociale e psicologa o davanti a un giudice, non è cosa di tutti i giorni. Cosa ne sappiamo di bambini? E soprattutto cosa ne sappiamo di bambini adottivi? Mostrare sicurezza è positivo? Oppure ostentarla produrrà un effetto negativo? Il figlio immaginato avrà tratti troppo delineati o troppo vaghi? Ci si sentirà già "incinti"?  Troppo o troppo poco? Per non parlare dei tratti somatici, del colore della pelle, della provenienza, del rischio giuridico, del rischio sanitario, e così via: troppo disponibili, quindi poco credibili o troppo poco disponibili e quindi troppo rigidi ed esclusivi? 
E poi, le domande imbarazzanti che ci sta ponendo l'assistente sociale (di solito fa la parte del poliziotto cattivo, quello buono è la psicologa, ma non sempre) sono domande disinteressate o sono provocazioni? Dobbiamo rispondere col sorriso anche su temi difficili oppure sembriamo troppo frivoli e dobbiamo rimanere seri rischiando di sembrare infastiditi dall'invadenza nella nostra vita privata? 
E, infine, la relazione finale che ci stanno leggendo corrisponde veramente a noi oppure abbiamo l'impressione che sia stato omesso qualcosa o che ci siano delle approssimazioni? Nel caso sarebbe meglio correggerla, perdendo altro tempo e forse peggiorando la nostra presentazione, oppure lasciamo qualche piccola inesattezza? 
Dovremo incontrare un giudice che dopo aver letto la relazione si illuderà o farà finta di conoscerci, ci porrà domande le cui risposte sono già nella relazione o da quella sono deducibili, ci chiederà di fratrie, età, problemi di salute, ecc. e passerà altro tempo.
Trascorreremo altri mesi, anni in attesa del decreto, di documenti amministrativi, disponibilità degli enti o dei tribunali a considerarci, in attesa di scalare gli elenchi nei tribunali o negli organi costituiti del paese straniero scelto.

Sin dall'inizio, in questo tempo di attesa pensiamo a un bambino che ci aspetta in un istituto vicino o lontano che sia non ci è dato di saperlo, non ne conosciamo l'età, le fattezze, il colore di pelle, occhi e capelli, non ne conosciamo il carattere, né lo stato di salute. Sappiamo solo che sarà nostro figlio, prima o poi. Quando si deposita la disponibilità all'adozione, o ancor prima, quando si matura l'idea comune (di entrambi) di cercare un figlio nell'adozione, la domanda naturale è se ci si riuscirà, quali garanzie avremo di successo? Ma la maggior parte di noi pensa che il successo sia tornare a casa con un figlio e un documento anagrafico che lo dichiara tale. 

Sbagliato! 

La domanda dovrebbe essere, da subito, quale garanzia di successo avrà quel bambino di sentirsi figlio, di sentirsi parte di una strana cosa chiamata "famiglia adottiva" composta da persone eterogenee (geneticamente distanti) tenuta insieme da una colla di affetti forti ed elastici?

Noi adulti pensiamo che sia difficile diventare genitori adottivi, e un po' effettivamente lo è, non è certo semplice come "unirsi e moltiplicarsi", ma dovremmo cercare di comprendere come sia più difficile diventare figlio adottivo, quasi sempre già un po' grande, quasi sempre con brutte esperienze precedenti (anche il solo abbandono è sufficiente, è un rifiuto), spesso spostato dal luogo d'origine, strappato rapidamente dalle abitudini, dal mondo in cui si trovava e affidato a sconosciuti anche molto diversi dagli adulti conosciuti fin lì. 

A Torino si è fatta una ricerca statistica sulle cause dell'insuccesso delle adozioni. Il tribunale di Torino nel periodo preso in esame era noto per essere restio a distribuire facili decreti di idoneità. I decreti erano ottenuti comunque da numerose coppie che presentavano ricorso. Nella ricerca si è evidenziato che tra le coppie che avevano ottenuto l'idoneità dopo ricorso, l'incidenza di criticità, fallimenti e restituzioni è risultata significativamente maggiore rispetto alle altre coppie. 
Anche per questo, eliminare il decreto di idoneità è impensabile. L'idea di rivedere il processo di valutazione della coppia dovrà tener presente lo scopo finale del processo adottivo che non è fornire figli a chi li desidera, ma far diventare figlio un bambino abbandonato. 



venerdì 22 gennaio 2016

Confessione

Postata così com'è senza commenti:

"Grazie all'anonimato posso permettermi di raccontare una pezzo della mia vita di cui un po' mi rammarico, ma che è definitivamente superato. Mi scuso anticipatamente per la crudezza delle situazioni che racconterò, ma questo è stato, dipingerlo a tinte rosa non ne cambierebbe la sostanza e raccontare la storia senza ipocrisie è anch'essa una forma di espiazione che pago volentieri.  
Più di 15 anni fa partorii una bambina e me ne disinteressai completamente. Venivo da un lungo periodo di tossicodipendenza che continuò anche successivamente "all'incidente di percorso" di rimanere incinta e farla nascere. Il padre probabilmente era il pusher che ogni tanto accettava il pagamento in "natura", ma avevo anche frequenti rapporti occasionali probabilmente non protetti, quindi non c'è certezza e comunque quel pusher è morto accoltellato da tempo. La lucidità mentale non era una caratteristica che accompagnava la mia vita in quel periodo e la memoria ne risente. Avevo accolto la notizia di essere incinta con una sorta di disinteresse fatalista. Pensavo morisse prima di nascere dato che non mi negavo nessun comportamento dannoso sia per me che per chi avevo in pancia. Coca, ero, acidi, pasticche, alcol, ecc. mi calavo qualsiasi cosa mi facesse star bene. Mia madre mi ronzava attorno interessata alla nascitura, impedendomi di abortire o di esagerare, ma io avevo le mie buone strategie per fregarla come ho sempre fatto. 
Quando nacque non me ne accorsi, ero in overdose e l'ambulanza mi raccolse per strada in un angolo dove mi ero bucata e svenuta. In ospedale non firmai per rimanere anonima e quella che voleva essere sua nonna probabilmente ebbe un certo peso nelle scelte di quel momento anche perché poi cercò di appropriarsene. Non so o non ricordo bene come si svolsero i fatti, io finii a disntossicarmi, inutilmente (almeno quella volta e le due successive). Mia madre tentò più volte anche con un avvocato di opporsi alla perdita della nipote, ma quando chiesero il mio parere dissi che non la meritava. Sarebbe stata meglio lontano da noi. I giudici mi diedero ragione, la nostra bella famiglia, pur non mancandole nulla, non aveva dignità; meglio perderci. Da mia madre seppi in seguito che la bambina finì in adozione dopo tre o quattro anni di avvocati e di sentenze sempre contro di noi. Cioè contro mia madre perché io non volli mai partecipare a quel teatrino organizzato da una madre che probabilmente avrebbe voluto una seconda possibilità di crescere qualcuno senza gli errori che aveva commesso con me. Secondo me li avrebbe ripetuti o ne avrebbe inventati di peggio, inutile e testarda com'era. Tra l'altro tabacco e bottiglia se la sono portata via già da un po'.  
Però, non vorrei che qualcuno pensasse che mi sono pentita delle mie scelte di allora. No non c'è nessun pentimento, a cosa servirebbe, ormai è andata, mi sono rovinata, ma mi sono anche divertita un sacco. Sono stata male, ma ho anche goduto e vissuto cose che molti altri non hanno mai provato e non proveranno mai. Non ho rimorsi, né rimpianti, né nostalgia anche ora che non sono più una tossica, che ho un lavoro, una casa, qualche hobby e passo il tempo a curare i malanni che mi sono procurata vivendo una decina d'anni o più in maniera autodistruttiva.
Qualcuno si chiederà se abbia il desiderio di sapere come stia quella bambina sopravvissuta ai veleni che le ho somministrato, che ho ignorato quando è nata e quando per un po' di mesi ha aspettato in istituto un mio segno di interesse. No desiderio no! Curiosità sì forse un po' di curiosità, e chi non ne avrebbe? Mi piacerebbe sapere qualche notizia, se è sana o se porta anche lei i segni di (quasi) nove mesi delle merde che circolavano nel mio sangue. Che sia sopravvissuta fino a tre, quattro anni l'ho dedotto dal lungo e inutile incaponirsi di mia madre e dal balletto giudiziario dei ricorsi e appelli da lei perpetrato, della sua salute non so niente.
Confesso che durante l'ultima disintossicazione ho pensato intensamente a quella bambina e ho sperato (se fossi stata credente probabilmente avrei pregato) che non sia rimasta minorata o segnata dalle sostanze che sniffavo, mi iniettavo o ingurgitavo; che non sia sieropositiva come lo sono io (non vi dirò a quali malattie per non annoiarvi).
Ma la mia curiosità è destinata a rimanere tale. Mi auguro che non venga a cercarmi, che non mi trovi, che stia bene nella sua famiglia attuale. Se mi cercherà io mi negherò. La mia vita è tutt'ora disordinata. Non a caso non mi lego mai a nessuno per più di brevi periodi. E non potrei sopportare di dover rispondere delle scelte di allora verso chiunque. Non voglio nemmeno raccontarle inutili scuse, chiedere perdono, invocare false attenuanti. Dal nostro incontro ne uscirebbe delusa, arrabbiata, depressa, colpita. E potrei uscirne male anch'io. Non vorrei farci del male una seconda volta. Non la voglio incontrare, e se proprio vuole costruirsi una figura immaginaria è meglio che sia di fantasia perché quella reale sarebbe molto peggio."




martedì 6 ottobre 2015

La ricerca delle radici

Assistiamo alla pubblicazione di articoli e di libri, alla nascita di siti e blog, all'organizzazione di corsi, incontri e convegni che studiano, dissertano, discutono e infine promuovono la ricerca delle origini da parte degli adottati... descritta spesso come un'aspetto imprescindibile, indispensabile, e assolutamente necessario nella vita di una persona adottata.

Ma non dovrebbe essere un desiderio personale, un intimo bisogno del singolo adottato? Dobbiamo farlo diventare un fenomeno di massa? Vogliamo organizzare la marcia della ricerca delle origini?

"Ricordati che hai degli altri genitori!". L'insistenza nel proporre i genitori d'origine, la loro ricerca, la necessità del ritorno al passato per risolvere i malesseri del presente, la promozione di un bisogno che molti figli adottivi non percepiscono come una necessità (ne è prova l'effettiva incidenza percentuale del fenomeno all'interno della totalità degli adulti adottati) può essere dannoso per le famiglie adottive? Ed è lecito chiederselo?

Proviamo a rispondere a questi dubbi: innanzi tutto è lecito poiché entro certi limiti il destino delle famiglie adottive e della percezione che la società ha di loro dipende molto da piccoli segnali che possono essere ingigantiti dalla cassa di risonanza dei media. Così in un mondo che è sostanzialmente ignorante in merito a cosa sia l'adozione, l'adottare e l'essere adottati, ogni titolo, ogni trafiletto, ogni accenno giornalistico sull'adozione può focalizzare l'attenzione pubblica in modo significativo o fuorviante a seconda del contenuto.

Noi adottivi (genitori e figli) sappiamo bene che l'eventuale ricerca delle origini (che non sempre riguarda la ricerca dei genitori biologici, ma che può essere la semplice ricerca di luoghi, culture, linguaggi, odori, sapori... in una parola: delle radici) non è la negazione della valenza della famiglia adottiva, non è il segnale del fallimento dell'adozione, anzi ne è una testimonianza di efficacia e quindi la sua affermazione. In un senso incomprensibile, però, per tutti quelli che l'adozione non l'hanno toccata con mano, non l'hanno vissuta in prima persona.

Le persone comuni, hanno osservato la famiglia adottiva come se fosse un animale esotico, incomprensibilmente felice e unita (più o meno secondo i casi della vita, ma mediamente meglio della media delle famiglie tradizionali), con quel misterioso legame che non deriva dalla somiglianza, dal sangue o (più modernamente) dalla genetica, Dopo questa lunga e curiosa osservazione, finalmente possono esclamare: "vedi, lo dicevo io, a un certo punto devono cercare la vera mamma! lo sapevo che non poteva durare! lo sapevo che era tutto posticcio Provvisorio. Finto!". Sentite eccheggiare i soliti luoghi comuni di genitori veri e finti? Vi ricorda la frequente e antipatica allocuzione di "vera mamma" attribuita a sproposito a chi ha abbandonato i figli?

Ma cos'è? Ignoranza, invidia (e di cosa poi?), gusto di mettere il naso negli affari degli altri? Soddisfazione di essere meglio? Cosa li spinge a considerarci inferiori? E ne sono consapevoli?

Ignoranza innanzi tutto. Componente che non manca mai, sempre presente e spesso accompagnata da una buona dose di errata convinzione di avere capito tutto, di saperne abbastanza per giudicare, di avere ben compreso la chiave della situazione dopo aver letto quelle due paginette sulla dozzinale rivista che parla di programmi televisivi o di gossip.

Invidia, molto frequente dove si annida l'ignoranza. Come è possibile avere la forza di diventare genitori di un alieno, un figlio diverso da noi e assorbirlo nella famiglia fino a percepirlo omogeneo, sentimentalmente consanguineo, somigliante? Come è possibile percepire che è un'esperienza esaltante che non potranno mai provare. Come è possibile capire l'alchimia di diventare figli, sentirsi accolti non per caso, non come il risultato di una magica ricombinazione di gameti, ma di essere stati accettati e avere accettato e accolto nella propria vita i nuovi genitori, guarendo la ferita originaria di essere stati scartati, rifiutati una prima volta. Come è possibile capire che è altrettanto speciale? Non lo comprendono e, forse senza averne coscienza, sono invidiosi di tutto questo.

La curiosaggine, ovvero la curiosità finalizzata alla ricerca della magagna, del difetto, dell'aspetto negativo. Altro sport nazionale (e forse internazionale) e provinciale al tempo stesso. Siccome non si comprende fino in fondo il profondo legame genitori-figli adottivi, se ne ricercano i punti deboli, si è attenti a non lasciarsi sfuggire il minimo sintomo di incrinatura. Famiglie tradizionali, biologicamente e geneticamente omogenee crollano miseramente e si disgregano ma non importa, lì c'è il legame di sangue quindi probabilmente era inevitabile. Se una famiglia adottiva ha dei problemi non c'è dubbio: è a causa dell'adozione!

Per questo, per il bene dell'adozione e delle famiglie adottive si dovrebbe sempre sottolineare e ribadire ciò che noi sappiamo bene: la ricerca delle origini non sminuisce minimamente il ruolo dei genitori adottivi, non mette in dubbio la validità dell'adozione e non cancella il legame affettivo che i figli adottivi sentono (ricambiati) nei confronti dei genitori adottivi, risultati indispensabili e insostituibili. Senza di loro, la vita dell'adottato sarebbe risultata molto diversa (e probabilmente peggiore). 

Se qualche adottato adulto sente questo bisogno della ricerca delle origini, (bisogno imprescindibile per risolvere dei problemi personali non necessariamente derivati dall'essere stati abbandonati), è libero di cercare e di convincersi che quella delle origini è una ricerca senza la quale non si è completi, meno lodevole è la missione di convincere anche gli altri che non ne hanno necessità (come se volessero compagnia in queste loro scelte).

Ma occorre ribadire e far comprendere "agli altri" che questo desiderio, o bisogno, è profondamente personale. Un adottato può anche non percepirlo senza provare timore di essere insensibile. Ci sembra più che comprensibile che un adottato che vive una vita piena e completa, soddisfacente e ricca di rapporti umani e affettivi non senta la necessità di andare a scavare in un lontano passato, che non voglia scoprire persone e vicende quasi sempre deludenti, squallide o peggio, che rivolga la sua attenzione verso il presente e il futuro.

Oppure vogliamo continuare a credere sempre e comunque alla fatina dei denti e alle madri che hanno abbandonato i figli per amore verso di loro e non per altri motivi meno nobili. La forza biblica della storia di Mosé incombe sulla nostra cultura e pesa come un macigno. 


martedì 9 giugno 2015

Così diversi, così uguali.

Due figli, lei ormai adolescente, italiana, molto italiana, carnagione chiara, capelli e occhi castani, occhi tondi, sorriso sincero, facile all'entusiasmo o alla delusione, grande generosità d'animo, il fratellino, di quattro anni più giovane, puro khmer, pelle di infinite gradazioni tra il latte macchiato invernale e il caffè macchiato estivo, occhi leggermente a mandorla e nasino schiacciato, capelli neri, bocca a cuoricino che si schiude spessissimo in un sorriso irresistibile di denti bianchissimi.

Due figli così diversi tra loro e io che mi incanto a guardarli... mi riecheggiano domande lontane: come si fa ad amare un bambino così diverso da noi? come si può riuscire ad amare bambini così differenti? si riesce a non privilegiare l'uno o l'altra?

La risposta è sì, anche volendo sarebbe impossibile fare preferenze. La soluzione è stata semplice: hanno risolto loro tutti i dubbi, in pochissimo tempo sono diventati inseparabili, compagni, complici, si cercano, si seguono, si trovano, si difendono, si imitano... un vero spettacolo! Nati in circostanze così diverse a quattro anni di distanza e a 15 mila chilometri di distanza, eppure così assolutamente fratelli anche nei rari episodi di gelosia e di litigio.

Non ho provato cosa significa amare un figlio biologico, un figlio che ci assomigli così tanto da poterci specchiare in lui, un figlio che abbia le nostre caratteristiche genetiche, doti e difetti, ma so per certo che sarebbe impossibile provare per lui un amore più intenso di quello che provo per i miei due figli adottati, entrati così profondamente nella mia esistenza che mi sembra impossibile non aver vissuto insieme a loro sin dal primo minuto della loro vita.

La loro vita e la mia vita prima del nostro incontro esiste, lo sappiamo, ma per ora è in un cassettino, ci godiamo questa vita insieme, giorno per giorno, ora per ora. Quando vorranno chiedere, cercare, indagare sulla loro vita ante-incontro per lo stesso amore assoluto che provo adesso, io sarò lì per aiutarli e sostenerli.

venerdì 15 maggio 2015

Un abbandono è per sempre

Un abbandono è per sempre. Non ammette rimpianti. 

Non si tratta dell'abbandono di un'amicizia, di un partner, di una cosa o di un animale domestico (atto quest'ultimo, punito severamente dalla legge). Stiamo parlando di bambini, generalmente piccoli e quindi indifesi e incapaci non solo di badare a se stessi, ma soprattutto esposti per il resto della vita, al danno della convinzione di non essere stati sufficientemente amati.

"Quando sono nato è accaduto: mia madre ha partorito e non mi ha riconosciuto, così sono finito in istituto, figlio di un rifiuto, allevato come un detenuto, seduto, muto." (da: "Anoniman" di Frankie hi-nrg mc - incluso nel cd "DePrimoMaggio")

Nonostante la gravità dell'atto sia indiscutibile, ovunque le istituzioni sono pazienti e attendono che chi abbandona possa ripensarci, chiedono conferma, offrono aiuti per poter recedere da una scelta sicuramente dolorosa per la madre (e soprattutto per il figlio che la subisce). Le case famiglia e gli affidi esistono per questo per sopperire alle incapacità dei genitori per brevi periodi di tempo (poi, spesso diventano più lunghi, indefiniti e infine definitivi cioè fino a maggior età e oltre).

Se il figlio viene dichiarato adottabile significa che si è constatata l'impossibilità di reinserimento nella famiglia d'origine (succede anche nei casi di incuria o trascuratezza grave, violenza, ecc.). O che i genitori hanno reiterato, convinti, la volontà di abbandonare. A questo punto e non prima si può affermare che l'abbandono è per sempre. Non è reversibile.

La successiva adozione sarà legittimante. Significa che la famiglia che accoglierà il bambino sarà la sua unica famiglia. Significa non solo che sarà figlio dei nuovi genitori, ma anche nipote dei nuovi nonni e dei nuovi zii, fratello dei nuovi fratelli, cugino dei nuovi cugini e così via. Mentre per ascendenti e discendenti dei genitori d'origine pur continuando ad avere affinità genetiche sarà un estraneo.

Quando si sente parlare di veri genitori (alludendo a quelli originari) non ci si sta riferendo a un dato di fatto, non solo perché questo non sussiste, ma si sta esprimendo un giudizio negativo sull'istituto dell'adozione e si sta palesemente discriminando chi può definirsi legittimamente genitore, nonno, zio, fratello, cugino... e che dopo un po' di convivenza lo è anche in senso emotivo, affettivo, educativo, organizzativo, ecc.

Premesso ciò, se un figlio che sia stato abbandonato (adottato o meno) voglia cercare le proprie origini è giusto e legittimo come è altrettanto giusto che possa farlo senza pressioni psicologiche di nessuno, senza sentirsi snaturato se non ha desiderio di farlo, senza che questo venga considerato ovvio, inevitabile o indispensabile. Questa è una ricerca facoltativa che deve essere agevolata per chi ne ha desiderio, ma che non deve essere considerata indispensabile da chicchessia. Infatti la maggior parte dei figli adottati che ha avuto una nuova vita piena di cure e attenzioni non sente la necessità della ricerca; ha già una famiglia, una vita, un futuro.

La ricerca delle origini è quindi comprensibile e da facilitare quando ve ne sia il desiderio, ma la ricerca della discendenza no. Non deve essere ammissibile, non c'è nessuna giustificazione che ammetta la ricerca da parte di chi è stato l'attore principale dell'abbandono. Rimorso, nostalgia, desiderio di completezza, voglia di discendenza rimangano delusi. L'abbandono è per sempre per chi lo ha perpetrato.

Inoltre l'arrivo inatteso nella vita di chiunque di uno sconosciuto che dichiari di essere il genitore, il nonno o un altro parente, potrebbe essere più facilmente sconvolgente, drammatico e dannoso piuttosto che costruttivo ed edificante. Sarebbe anche difficile riuscire a comprendere, in merito all'abbandono, quali narrazioni siano veramente vere e quali siano invenzioni per giustificare un atto di cui ormai ci si vergogna.


lunedì 3 novembre 2014

L’adozione come parte di una storia

L’adozione, la condizione di figlio adottivo, come è noto, non costituisce uno stato patologico, una sindrome genetica. I figli adottivi non sono malati, ma hanno conosciuto un dolore speciale. 
Il solo fatto di essere stato adottato non è motivo sufficiente per dover affrontare una psicoanalisi. 
L’essere stato adottato è una condizione particolare, un dato fondamentale, costitutivo della identità di una persona; così come l’essere rimasto orfano della madre al momento del parto, essere nato da una madre rimasta vedova poco prima o poco dopo la nascita del bambino, essere figlio di una coppia che, proprio in coincidenza e a motivo della sua nascita si separa in un clima burrascoso; essere l’unico sopravvissuto di un parto plurigemellare…
Ciascuna di queste vicende umane, e di infinite altre, è parte importante della storia particolare del bambino e della sua famiglia, e, insieme, anche ragione di una esperienza intima emotiva-affettiva-fantasmatica ineffabile. 
Mai le parole, da sole, riescono a rendere chiara e piena la profondità dei sentimenti più grandi. 
Nella esperienza umana, nelle fantasie che suscita, l’adozione, nel cosiddetto inconscio collettivo, è percepita spesso come una stranezza, qualcosa di inquietante, perfino di infamante da bisbigliare all’orecchio o da scagliare come un insulto (bastardo!); fonte di romanzi famigliari, circondata, specie in passato, da un alone di sospetto e di mistero sacrale, come nelle tragedie greche e nei miti ebraici. 
Se funziona, invece, è l’unica cura conosciuta dalla specie umana, e non solo, che sia efficace per alleviare e rendere tollerabile la perdita dei genitori, specie della madre e l’esperienza traumatica dell’abbandono quasi sempre vissuto come un essere scartati, buttati via, rifiutati, e di ignorare, forse per sempre, chi ti ha portato in grembo, ti ha messo al mondo, ti ha dato la vita, chi ti ha abbandonato e, soprattutto, perché. Quand’è che si può dire che l’adozione ha ‘funzionato’? 
Quando ha consolato e alleviato sofferenze, medicato ferite, ridato il gusto di vivere e il sentimento finalmente sicuro di essere stato cercato, amato, prediletto, raccolto là dove eri stato lasciato cadere; la consapevolezza di essere stato addirittura, ‘scelto’ come figlio desiderato e insostituibile; quando gesti e parole hanno toccato alla radice del dolore e lo hanno reso tollerabile, comprensibile.


Di Augusto Bonato (giudice onorario c/o TM di Milano) tratto da "Quaderni di Psicoterapia Infantile" (ed. Borla) 

martedì 21 ottobre 2014

La maggioranza silenziosa che non cerca...

Da più parti viene sottolineato che oltre a un diritto la ricerca delle origini è anche una necessità imprescindibile per i figli adottivi. Ma la realtà degli adottati corrisponde alle convinzioni delle associazioni, degli psicologi, degli operatori, dei giudici della consulta, ecc...?

Basterebbe analizzare i numeri, ma i numeri sono sconosciuti, per ovvi motivi di privacy e perché non esiste nessun osservatorio permanente che riguardi l'adozione che si estenda oltre al primo anno post adozione, perché ci sono solamente state delle ricerche puntuali sugli adottati in anni scorsi ormai piuttosto lontani. Sulla ricerca delle origini, quasi nulla.

Ma quanti sono gli adottati in Italia?

Nemmeno questo dato è sicuro, ma possiamo raccogliere qualche dato parziale (da ISTAT, CAI, sito del ministero di giustizia) e fare qualche ipotesi:

Nel periodo 1993-1999:
  • le adozioni internazionali sono state 15262;
  • le adozioni nazionali sono state 6467;
per un totale di 21729. Le nostre stime indicano che sia ragionevole che più di 20mila di questi adottati sia ormai maggiorenne.

Nel periodo 2000-2013:
  • le adozioni internazionali sono state 42048;
  • le adozioni nazionali non si sa per certo, ma si attestano (per difetto) a circa un migliaio all'anno (1150 nel 2005, 1131 nel 2006) quindi ipotizziamo che siano state oltre 15000.
il totale dal 1993 al 2013, quindi, dovrebbe essere all'incirca di quasi 78mila adottati. Basandoci sulle percentuali riguardanti le fasce di età all'adozione, supponiamo che tra loro i maggiorenni siano 25mila. 

Questo dato riguarda l'ultimo ventennio in cui c'è stato un notevole incremento delle adozioni internazionali (anche se negli ultimi due anni la tendenza si è ridimensionata drasticamente) e forse un piccolo incremento di quelle nazionali. 

Negli anni precedenti al '93 è probabile che il numero delle adozioni nazionali e internazionali non superasse le 2500 unità annue complessive; ma ormai questi adottati sono adulti nella totalità. Partendo proiettivamente dai dati del 1993-1995, si può ipotizzare che complessivamente dal decennio 1983-1993 provengano dai 20 ai 25mila adottivi adulti che porterebbero il totale degli ultimi 30 anni a 50mila persone.

Si tratta di un numero ragguardevole di persone.

Allora ci chiediamo perché sia così esiguo il numero degli adottati adulti che partecipano agli incontri, ai gruppi di discussione, che si riuniscono in associazioni che riguardano la ricerca delle origini?

La risposta più ovvia suggeritaci da alcuni adottati ormai adulti è che non sono interessati all'argomento, che hanno improntato la loro esistenza rivolgendosi più al futuro che al passato che solo in parte conoscono. "Considero i miei genitori d'origine degli sconosciuti e non mi interessa cercarli." dice Giovanna; "Ho visitato il mio paese d'origine e l'ho considerato non diversamente da altri paesi che ho visto per turismo." è una frase buttata lì da Sara (ormai madre) e ben descrive lo stato d'animo di altre persone appartenenti alla maggioranza degli adottati adulti che non sente la necessità di cercare per forza un lontano passato.

Questo diffuso ed evidente disinteresse per i legami di sangue, però non deve giustificare qualsiasi azione che ostacoli la possibilità della ricerca delle origini, che secondo noi è un diritto imprescindibile degli adottati (almeno per la minoranza che ne sente la necessità), deve solo ricordare a chi ne fa una bandiera, che in realtà è una bandierina; deve ricordare a chi la volesse sfruttare come format televisivo che sarebbe meglio soprassedere; deve ricordare a tutta la società civile non adottata qual'è la realtà dei fatti: per la vita di un adottato la presenza dei genitori adottivi è stata e rimane una necessità, la conoscenza dei genitori d'origine (nonostante la funzione biologica) è opzionale.








mercoledì 17 settembre 2014

Adozione batte eterologa (infinito a 0)

I genitori adottivi sono consapevoli della diversità del loro figlio. Anche se è bianco come loro, con lo stesso colore degli occhi e dei capelli, con una fisionomia rassomigliante non si illudono, la diversità di provenienza c'è e non la ignorano, non la dimenticano; anzi in certo senso la esaltano, la raccontano con orgoglio, a volte con dolore, con speranza, con pazienza. La raccontano quotidianamente ai loro figli così tanto desiderati e amati, ma così geneticamente estranei.
I genitori adottivi sanno che hanno riempito un vuoto nella loro vita desiderando un figlio con la determinazione che solo un genitore adottivo può avere, pronto ad accettare rischi giuridici, sanitari, età e fattezze indefinite finché non lo si incontra. Ma sanno anche che così facendo hanno fatto rinascere un bambino che ha avuto una falsa partenza, che è stato vittima di profonde ingiustizie di cui la più grande è indubitabilmente essere rimasto senza genitori. La famiglia adottiva è la sola soluzione per dare risposta alla mancanza di un diritto primario: ogni bambino ha diritto a una famiglia che se ne prenda cura.
I genitori adottivi andranno incontro ai momenti di crisi, alle discriminazioni, alle richieste della conoscenza delle origini del loro figlio con la serenità di aver fatto incontestabilmente un atto d'amore. Di aver salvato una vita. Non potranno affermare di non aver fatto degli errori, ma potranno essere certi che li hanno commessi per amore e a fin di bene. Non si aspettano riconoscenza, l'adozione è accettazione, l'hanno fatta perché desideravano farla, era giusto così.
Nessuno mai potrà incolparli di aver fatto i genitori per motivi narcisistici, per il proprio benessere e basta. Il figlio esisteva già a prescindere dal loro intervento. Loro hanno fatto in modo che il bambino diventasse figlio e che avesse un futuro (migliore).
La vita di una famiglia adottiva è costellata di momenti difficili, ma è anche colma di gioie e soddisfazioni. In questa convivenza ci sarà il riserbo ma non il segreto. 
La famiglia adottiva, spesso non è compresa completamente dalle altre componenti della società, A volte viene considerata un ripiego, un adattamento, appartenente ad una classe inferiore, incompleta, come se il legame di sangue fosse indispensabile per un rapporto genitore-figlio. Niente di più falso!
Il legame è forte ed è cementato dalla certezza di essere speciali, di essersi incontrati, accettati... scelti.
I genitori e i figli adottivi sono pienamente consapevoli che quella che hanno vissuto è un'esperienza straordinaria e nessuno potrà mai toglier loro questa certezza.

Nella fecondazione eterologa tutto questo semplicemente non c'è.
Non si può mettere a confronto un'esperienza dell'anima con una metodologia bio-meccanica!

Grazie. 

Gabriele Cappelletti

martedì 9 settembre 2014

L'abbandono secondo HARUKI MURAKAMI

Murakami Haruki (in giappone sempre prima il cognome e poi il nome) scrittore prolifico che scrive romanzi in cui la realtà si mischia spesso in scene oniriche, immaginifiche, quasi fantasy, ha scritto tra gli altri "Kafka sulla spiaggia" in cui il protagonista principale è Tamura Kafka, adolescente con molta iniziativa e profondi pensieri e riflessioni. È un libro di oltre 500 pagine in cui spicca tra gli altri questo dialogo introspettivo di un paio di pagine, che tratta dell'abbandono e degno di essere riportato quasi integralmente.

Il protagonista di questo dialogo con se stesso si fa chiamare Kafka (Tamura è il cognome vero), e un quattordicenne scappato dalla casa del padre e che è stato abbandonato a quattro anni dalla madre che si è portata via anche la sorella. Con il padre appena morto, pur convivendo, non aveva nessun tipo di familiarità. Il ragazzo chiamato Corvo è figura immaginaria che lo aiuta ad affrontare la vita e che appare nei momenti significativi. In questo caso le riflessioni sorgono mentre si sta perdendo volutamente in un bosco piuttosto impenetrabile.

Dubbio.
Perché non mi ha amato?
Non avevo le qualità necessarie per meritare l'amore di mia madre? È un interrogativo che mi brucia e mi tormenta ormai da tanti anni. Se mia madre non mi ha amato, non sarà stato per qualche mia grave mancanza di fondo? Perché ho una natura fondamentalmente corrotta? Perché ho qualcosa di innato che spinge gli altri ad allontanare lo sguardo da me?
Mia madre, prima di lasciarmi, non mi ha nemmeno stretto fra le sue braccia, né mi ha degnato di una sola parola. Si è voltata e se n'è andata insieme a mia sorella senza dirmi niente. È scomparsa dalla mia vista in silenzio, come fumo. E il suo viso si è allontanato da me per sempre.

(...)

La mente di nuovo mi trascina nella mia casa, a Nogata. Mi ritorna in mente con chiarezza il giorno in cui mia madre se ne andò, portando con sé mia sorella. Io sono seduto sulla veranda e guardo il giardino. È verso il tramonto, all'inizio Io sono seduto sulla veranda e guardo il giardino. È verso il tramonto, all'inizio dell'estate, e le ombre degli alberi sono lunghe. A casa ci sono solo io. Non so come, ma già mi rendo conto di essere stato abbandonato, e lasciato lì da solo. Capisco anche che questo fatto avrà probabilmente un'influenza profonda e decisiva sulla mia vita. Nessuno me l'ha spiegato. L'ho capito e basta. La casa è vuota e deserta come un posto di guardia abbandonato su qualche remota frontiera. Il sole sta calando a ovest, e io osservo le ombre che pian piano avanzano, prendendo possesso del mondo. Nella dimensione del tempo, niente torna mai indietro. I tentacoli dell'ombra erodono il nuovo territorio un gradino alla volta, e anche il viso di mia madre, che fino a poco fa era lì, adesso è risucchiato in quel dominio freddo e buio. Il suo viso, che con tanta durezza si è rivolto altrove, rifiutando di guardarmi, è automaticamente sottratto alla mia memoria e si cancella progressivamente.
Pochi giorni prima ha conosciuto la signora Saeki, direttrice della biblioteca in cui si è rifugiato, e ha immaginato che fosse la madre fuggita quando era piccolo. Questa ipotesi si rivelerà poi fondata. Per ora, però per lui è ancora solo un'ipotesi.


Mentre cammino per la foresta, penso alla signora Saeki. Rivedo il suo sorriso pacato e lieve, ricordo il calore delle sue mani. Provo a immaginarla come mia madre che mi lascia solo, quando ho appena compiuto quattro anni. Istintivamente scuoto la testa. Mi sembra talmente improbabile, incredibile. Perché la signora Saeki avrebbe dovuto fare una cosa del genere? Perché avrebbe dovuto ferire, danneggiare così gravemente me e la mia vita? Dovevano esserci una ragione importante e un senso profondo che rimanevano avvolti nel segreto.
Provo a sentire quello che allora lei deve aver sentito, a immedesimarmi nella sua situazione di allora. Naturalmente non è facile. Io sono quello che è stato abbandonato, e lei quella che ha abbandonato. Ma dopo un po' di tempo riesco ad allontanarmi da me stesso. Il mio spirito sguscia dalle rigide vesti dell'io e si trasforma in un corvo nero che si posa su un alto pino nel giardino, e da lì osserva me, bimbo di quattro anni, seduto sulla veranda. Mi trasformo in un corvo nero che formula alcune ipotesi.

— Non è che tua madre non ti amasse, — dice il ragazzo chiamato Corvo alle mie spalle. — Anzi, ti amava profondamente. Prima di tutto, bisogna che tu ti convinca di ciò. Il punto di partenza è questo.
— Però mi ha abbandonato. Mi ha lasciato da solo nel posto sbagliato ed è scomparsa. E questo - oggi lo capisco fino in fondo - mi ha provocato ferite e danni gravissimi. Se davvero mi avesse amato, perché avrebbe dovuto fare una cosa simile?
— Sì, le conseguenze sono state quelle che dici, — ammette il ragazzo chiamato Corvo. — Hai ricevuto ferite profonde, subito danni che ti porterai dietro per sempre. Provo una gran pena per te. Ma detto questo, bisogna che tu rifletta bene su una cosa: puoi ancora guarire. Sei giovane, e sei forte. Hai una notevole capacità di adattamento. Puoi curarti le ferite, alzare la testa e andare avanti. Per lei invece questo non è più possibile. È perduta: a lei non rimangono altre opportunità. Non è che qualcuno sia migliore di un altro. Semplicemente, chi possiede un vantaggio reale sei tu. È su questo che devi riflettere.

Io non rispondo.

— Il fatto è che tutto ormai è accaduto, — continua il ragazzo chiamato Corvo. — Non si può più rimediare. Allora lei non avrebbe dovuto abbandonarti, e tu non avresti dovuto essere abbandonato da lei. Ma le cose accadute sono come un piatto che si è rotto in mille pezzi. Per quanto uno possa tentare di incollarne i frammenti, non potrà tornare com'era in origine, non ti pare?

Annuisco. Per quanto uno possa tentare di incollarne i frammenti, non potrà tornare com'era in origine. È davvero così. Il ragazzo chiamato Corvo riprende.

— Anche in tua madre c'erano tanta paura e rabbia. Come in te adesso. Per questo allora lei dovette abbandonarti.
— Anche se mi amava?
— Sì, — risponde il ragazzo chiamato Corvo. — Sì, dovette farlo anche se ti amava. Quello che devi fare tu adesso è comprendere il suo stato d'animo di allora e accettarlo. Devi comprendere la paura e la rabbia che la opprimevano in quel periodo, e accettarle come se fossero tue. Non ereditarle e ripeterle. In altre parole, devi perdonarla. Naturalmente non è facile. Ma è quello che devi fare. Sarà la tua unica salvezza. È la sola opportunità che ti si offre.

Ci penso. Ma più tento di riflettere, più cresce la mia confusione. La mente è sconvolta, e ho tanti dolori nel corpo da sentirmi lacerare.

— Dimmi, la signora Saeki è mia madre? — chiedo.
— Ti ha già risposto lei, no? — dice il ragazzo chiamato Corvo. — Come ipotesi, è valida. È chiaro? L'ipotesi è ancora valida. Questo è tutto ciò che ti posso dire.
— Un'ipotesi che non ha ancora trovato una controprova abbastanza efficace.
— Esattamente, — dice il ragazzo chiamato Corvo.
— E io devo seguire seriamente questa ipotesi senza tirarmi indietro.
— Esattamente, — ripete il ragazzo chiamato Corvo con tono secco. — Un'ipotesi che non ha una controprova capace di confutarla è un'ipotesi che vale la pena seguire fino in fondo. Del resto, in questo momento è l'unica possibilità che hai. Non hai altra scelta. Devi seguire questa ipotesi fino in fondo, anche a costo di sacrificare te stesso. 

 — Sacrificare me stesso? — Qualcosa, in queste parole, mi risuona vagamente inquietante, ma non capisco perché.

Tuttavia lui non risponde. Un po' in ansia, mi volto. Il ragazzo chiamato Corvo è ancora lì, alle mie spalle, e cammina alla mia stessa andatura.
— Che tipo di paura e di rabbia aveva dentro di sé la signora Saeki? E da dove nascevano? — gli chiedo mentre cammino guardando avanti.  
— Tu che tipo di paura e di rabbia credi che avesse? — chiede il ragazzo chiamato Corvo, rimandando a me la domanda. — Pensaci. È una questione su cui devi riflettere bene, usando la testa. La testa serve proprio per questo.
 
Ci penso. Devo capire e accettare prima che sia troppo tardi. Ma non riesco ancora a leggere quei caratteri minuti che le onde lasciano sulla riva della mia coscienza. L'intervallo fra un'onda e l'altra è troppo breve.

— Io amo la signora Saeki, — dico. Queste parole mi vengono alle labbra con estrema naturalezza.
— Lo so, — risponde il ragazzo chiamato Corvo con tono brusco.
— È una sensazione che non avevo mai provato prima, — dico. — E in questo momento è per me la cosa più importante.
— Certo, è naturale, — dice il ragazzo chiamato Corvo. — È ovvio che per te sia così importante. Non è per questo che sei arrivato fin qui?
 
— Però io ancora non capisco. Sono completamente smarrito. Tu dici che mia madre mi amava. Anzi, secondo te mi amava profondamente. Vorrei crederti. Ma ammesso che tu abbia ragione, io continuo a non capire. Non capisco come sia possibile che amare profondamente qualcuno voglia dire ferire quella persona in modo tanto crudele. Perché se così fosse, che significato avrebbe amare? Com'è possibile che succedano cose di questo genere?

Aspetto la sua risposta. Resto a lungo in silenzio. Ma la risposta non arriva. Mi giro. Il ragazzo chiamato Corvo non è più dietro di me. Sento, sopra la mia testa, un secco battere d'ali. Sei completamente smarrito.


martedì 22 aprile 2014

Quando "naturale" è considerato intoccabile


Padri che abusano sessualmente dei figli davanti agli occhi complici, consenzienti, rassegnati o che non vogliono vedere della madre, genitori tossici che calmano i propri figli con le stesse sostanze che a loro fanno "tanto bene", padri violenti e alcolizzati che menano i figli insieme alla madre, madri con disturbi psichiatrici che trattano i figli con modi più adatti a sopprimerli che a curarli, madri che dopo il parto lasciano il figlio neonato sul treno, vicino a una porta o, peggio, vicino o dentro un cassonetto...

Questa è la punta dell'iceberg, sono le notizie che ci giungono dai TG e che leggiamo nella pagina di cronaca dei quotidiani, ma in scia a questi fatti eclatanti della cronaca nera ci sono molti più casi di piccoli e grandi maltrattamenti (dipende dagli occhi di chi li guarda o li subisce).

Privare il proprio figlio delle necessarie cure per motivazioni di credo religioso o per convinzioni personali e per questo compromettere la sua salute futura o la sua stessa sopravvivenza non è anch'esso un crimine?

E poi: sottomettere i figli a pesanti e quotidiane violenze psicologiche, dimostrare una completa indifferenza verso di loro e trascurarli fino al limite della sopravvivenza, dimenticarsi di loro abbandonandoli alla buona sorte, educarli a una vita senza dignità, al furto, all'accattonaggio, farli lavorare clandestinamente, usarli come manovalanza per la malavita organizzata...

Eppure in molte situazioni limite tutti sanno e nessuno sa, tutti scuotono la testa e mostrano compassione verso quei bambini, ma non fanno nulla. "Se chiami i servizi sociali, poi glieli tolgono..."
Mai sentita questa frase? Come se i servizi sociali fossero le SS, come se l'indagine non presupponesse la presenza di un giudice minorile, di un iter volto a recuperare la situazione senza allontanamenti non necessari. Meglio stare zitti e attendere gli eventi che a volte culminano tristemente nella morte del bambino. Poi si dirà che le istituzioni non hanno fatto niente per evitarlo...

E quando, casualmente, le istituzioni vengono a conoscienza del problema e intervengono? I media in questi casi, spesso, fanno un servizio pubblico alla rovescia: "Glieli hanno tolti e li hanno dati in adozione" (o in affido) e poi ore di testimonianze pro genitori naturali (a questo punto se centra l'adozione li chiameremo genitori d'origine), interviste strappa-lacrime ai due poverini privati della prole, agli zii, ai nonni, ai cugini, agli amici, ai conoscenti... tutti contro il tribunale, le assistenti sociali, tutti contro i ladri di bambini, tutti contro l'ingiustizia!

Tutti che mentono. 

In TV la verità vera è sempre difficile da trovare e in questi casi non emergerà mai. Emergeranno verità di parte che nasconderanno i veri retroscena delle vicende. I giudici e i servizi sociali per rispetto della vità privata del minore non appariranno in TV, non racconteranno la reale e tragica storia di quel bambino, perché parlarne in pubblico è un'ulteriore violenza inflittagli. Solo gli aguzzini parleranno, anzi urleranno, dopo le torture sottoporrano il proprio (ex) figlio anche alla gogna.
 

martedì 28 gennaio 2014

Si deve essere genitori veri per essere chiamati veri genitori


Veri genitori ?

Facciamo una digressione con qualche esempio pratico:

Sono un marito amato e perfetto, un giorno mi prendo una sbandata per una ballerina brasiliana e lascio la moglie (e i figli se ci sono)... Come vengo definito?
Sono un soldato che sta operando con alcuni commilitoni in una missione (di guerra, di pace, di protezione civile) a un certo punto per paura, disagio interiore, scappo e lascio tutti senza il mio apporto... Come vengo definito?

Sono in un gruppo di amici e stiamo vivendo un'avventura difficile, in montagna o in una situazione ambientale complicata. Alla prima occasione (senza avvertire) mollo tutto e torno a casa... Come mi chiameranno poi?

Chissà quante altre circostanze e casistiche possiamo immaginare, fidanzati e fidanzate, colleghi, soci, parenti e affini, eccetera...

Sono padre, scappo prima che nasca. Sono una neo-madre che ha dei problemi o meno, abbandono il bambino che ho partorito (figlio perché la biologia dice così). Come mi chiameranno?

Vero genitore!

Allora nei casi precedenti dove i "mollati" sono adulti: mogli, commilitoni, amici, fidanzati, soci, sorelle, ecc. si dovrebbe parlare di veri mariti, amici, soci, ecc.

Immaginate:

- Sai il mio VERO marito mi ha lasciato!
- Il mio VERO amico mi ha lasciato in Turchia senza soldi!
- Dovevamo sposarci ma la mia VERA fidanzata è andata con un altro!
- Il mio VERO socio se ne andato e mi ha lasciato tutti i debiti da pagare!
- Stavamo salvando una persona intrappolata sotto una casa crollata ma il nostro VERO collega se ne eroicamente andato impedendoci di farlo!
- Stava annegando e il VERO bagnino ha avuto paura e non si è buttato!

Ma in questi casi le vittime sono adulti e possono esprimere immediatamente il proprio pensiero, capire ciò che sta accadendo ed esternare il loro disprezzo verso chi li ha traditi...

I bambini no, sono doppiamente vittime, perché poi la società riesce persino a convincerli che quelli là sono i veri genitori, da cercare, da perdonare, da incontrare per ritrovare lo stesso naso o gli stessi occhi... io piuttosto li cercherei e chiederei loro un risarcimento per danno morale, relazionale e biologico.

martedì 21 gennaio 2014

Tutti siamo stati adottati!

Vorrei  ribaltare tutto quello che tradizionalmente si dice su genitori biologici e genitori adottivi (naturali, veri, surrogati, supplenti, succedanei, legali, legittimi, palliativi, fantasmatici, sostitutivi, originari, subentrati, di pancia, di cuore...)



Noi tutti siamo stati adottati. 




Siamo stati tutti adottati quando, alla nascita, i nostri genitori biologici hanno deciso di tenerci con loro e lo siamo stati anche quando, nei momenti in cui si sono trovati in difficoltà, hanno deciso di non abbandonarci. 

Quante mamme trovandosi in momenti di disagio anche grave hanno deciso di fare uno sforzo aggiuntivo e si sono tenute strette i loro figli, questa sì che è una scelta da vera mamma. 

Rinnovando l'impegno preso nel concepirci, in questi momenti anche i genitori biologici ci hanno adottato e hanno meritato l'appellativo di veri genitori.

giovedì 16 gennaio 2014

Ricerca delle origini e segretezza del parto

Ricevuta via email e degna di attenzione a prescindere dalle proprie opinioni in merito...

Gent.mi,
Portiamo a Vostra conoscenza la nota “Richiesta di ritiro urgente delle proposte di legge n. 784 e 1874, la cui approvazione provocherebbe conseguenze nefaste a numerose persone, soprattutto donne”  inviata nei giorni scorsi dal Csa (Coordinamento sanità e assistenza fra i movimenti di base) ai vari Firmatari delle proposte di legge succitate attualmente in discussione in  Commissione Giustizia della Camera dei Deputati.

Da: Fondazione promozione sociale [mailto:info@fondazionepromozionesociale.it]
Inviato: martedì 7 gennaio 2014 16:02
Oggetto: Richiesta di ritiro urgente delle proposte di legge n. 784 e 1874

CSA - Coordinamento Sanità e Assistenza fra i movimenti di base
10124 TORINO - Via Artisti, 36 - Tel. 011-812.44.69 - Fax 011-812.25.95
e-mail:
info@fondazionepromozionesociale.it - www.fondazionepromozionesociale.it
Funziona ininterrottamente dal 1970                                                                           
C.F.  97560130011
_______________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

- Egr. On. Luisa Bossa, Delia Murer, Ileana Argentin e Daniela Sbrollini (proposta di legge n. 784)
- Egr. On.li Michela Marzano, Chiara Gribaudo, Giuseppe Guerini, Lorenzo Guerini, Mauro Guerra, Maria Iacono, Vanna Iori, Francesco Laforgia, Simona Flavia Malpezzi, Giovanna Martelli, Pierdomenico Martino, Alessia Morani, Edoardo Nesi, Valentina Paris, Luca Pastorino, Alessia Rotta, Simonetta Rubinato, Veronica Tentori, Irene Tinagli (proposta di legge n. 1874)

OGGETTO: Richiesta di ritiro urgente delle proposte di legge n. 784 e 1874, la cui approvazione provocherebbe conseguenze nefaste a numerose persone, soprattutto donne.

Il Csa (Coordinamento sanità e assistenza fra i movimenti di base) al quale aderiscono le organizzazioni sotto elencate, e la Fondazione promozione sociale onlus che operano ininterrottamente, rispettivamente dal 1970 e dal 2003, per la tutela delle esigenze e dei diritti delle persone non in grado di autodifendersi (bambini privi di adeguato sostegno familiare, soggetti con handicap intellettivo in situazione di gravità, anziani malati cronici non autosufficienti, persone colpite dal morbo di Alzheimer o da altre forme di demenze senile, ecc.) chiedono alle S.V. di voler ritirare con la massima urgenza le proposte di legge n. 784 e 1874  per i seguenti motivi:

1. lo Stato non può rinnegare il solenne impegno assunto con varie leggi nelle quali ha precisato che le generalità delle donne che non avevano riconosciuto i loro nati potevano essere segnalate solo dopo cento anni e soltanto «a chi vi abbia interesse» (articolo 93, comma 2 del decreto legislativo 196/2003);

2. non è assolutamente fattibile l’interpello della donna che non ha riconosciuto il proprio nato «con la massima riservatezza» come ha stabilito la sentenza della Corte costituzionale n. 278/2013. Infatti le richieste dei figli adottivi di conoscere le donne che li hanno generati sono inevitabilmente prese in esame da un numero assai elevato di persone:  i giudici ed i cancellieri ai quali si rivolge l’interessato, i responsabili dei reparti maternità e gli addetti alla conservazione del plico in cui sono indicate le generalità della donna e del neonato, il personale dell’anagrafe tributaria nazionale incaricato di individuare gli attuali indirizzi delle donne, gli altri giudici e cancellieri (è assai probabile che le donne non abitino più nelle città in cui hanno partorito)  incaricati di contattarle. Inoltre le lettere di convocazione, indirizzate (su carta intesta del Tribunale o della Procura per i minorenni o da altro ente) alle donne per verificare la loro disponibilità ad incontrare i propri nati, possono molto facilmente essere aperte dai familiari della donna;

3. le richieste da parte dei figli adottivi di ricercare le donne che li hanno generati possono essere inoltrate non solo per fini amichevoli, ma anche per ricatti, denigrazioni e altre violenze. Al riguardo si fa presente che purtroppo vi sono anche figli adottivi che non ammettono il valore estremamente positivo del non riconoscimento da parte delle donne che assumono detta decisione in quanto consapevoli di non essere in grado di fornire ai loro nati le prestazioni occorrenti per il loro corretto allevamento ed una adeguata formazione. 

Di conseguenza non si possono escludere atti violenti dei figli adottivi nei confronti delle donne che li hanno generati.
Inoltre allarmanti e devastanti conseguenze sono destinate inevitabilmente a coinvolgere anche i componenti dei nuclei familiari costituiti successivamente dalle donne (coniugi, figli, nipoti, altri parenti), nonché gli altri congiunti (genitori, fratelli e sorelle). Occorre dunque riconoscere che la ricerca delle donne che non hanno riconosciuto i loro nati può essere causa di violenze non solo nei loro confronti ma anche nei riguardi dei loro nuclei familiari. 

Al riguardo ricordiamo che nell’articolo “Il desiderio di conoscere le proprie origini: un nuovo diritto?” pubblicato sul n. 103, 1993 della nostra rivista Prospettive assistenziali, Alfredo Carlo Moro (Consigliere di Cassazione è stato Presidente del Tribunale per i minorenni di Roma e dell’Associazione dei giudici minorili. Ha presieduto l’Associazione italiana per la prevenzione dell’abuso all’infanzia. Ha pubblicato, fra gli altri, il libro “L’adozione speciale” edito da Giuffrè. Di particolare importanza la sua appendice “La famiglia come bisogno fondamentale del bambino” al volume di Neera Fallaci, “Di mamma non ce n’è una sola – Voci di figli adottivi che raccontano la loro storia”) aveva segnalato che «l’esperienza dell’adozione ordinaria degli anni cinquanta, con la possibilità di ritorni dei genitori biologici, ci dice che ricatti economici sulla famiglia adottiva erano frequentissimi e assai pesanti, che interventi disturbanti sul ragazzo e sulla famiglia erano all’ordine del giorno, che molti ragazzi uscivano del tutto distrutti da queste esperienze».
Analoghe situazioni si erano verificate anche nei casi in cui i figli adottivi avevano rintracciato i loro genitori d’origine. Si ricorda che in base alla legge sull’adozione ordinaria non venivano interrotti i rapporti giuridici fra gli adottati ed i loro genitori d’origine, come invece è giustamente previsto dall’adozione legittimante;

4. i figli adottivi dovrebbero tenere presente che le donne che li hanno generati non solo hanno agito nel pieno rispetto delle leggi vigenti, ma soprattutto non hanno messo in pericolo la loro esistenza non abbandonandoli (come purtroppo numerose persone ancora affermano sia avvenuto per i neonati non riconosciuti senza tener conto della realtà) avendoli immediatamente affidati alle istituzioni preposte (enti sanitari, servizi sociali e Tribunali per i minorenni) affinché provvedessero tempestivamente a inserirli presso con idonee famiglie adottive.

Le decisioni del non riconoscimento sono state altamente positive in quanto hanno consentito dal 1967 ad oggi ad oltre 20mila neonati di nascere in strutture sanitarie idonee. Inoltre l’immediato loro affidamento alle istituzioni pubbliche preposte ha consentito a detti neonati di non subire le nefaste conseguenze del ricovero in istituto, come avviene purtroppo nei casi di riconoscimento da parte di coloro che non sono in grado di provvedere al loro allevamento diretto e alla loro educazione e istruzione.
Ne consegue che i neonati non riconosciuti e adottati dovrebbero avere sentimenti di riconoscenza nei riguardi delle donne che li hanno generati e che hanno scelto di non riconoscerli per consentire loro di poter crescere circondati dall’affetto e dalla protezione di normali famiglie.
Inoltre i figli adottivi dovrebbero tenere presente che l’adozione è una seconda nascita, che non annulla certamente la prima, equiparabile, come aveva affermato il dotto giurista Salvatore Lener su Civiltà cattolica, ad un innesto. Infatti se si procede, ad esempio, all’innesto di un pesco su un susino o su un mandorlo, i frutti, belli o brutti, buoni o cattivi, sono sempre e solo pesche, allo stesso modo di quando le radici sono di pesco. Poiché analoga è la situazione che si verifica con l’adozione, sarebbe necessario approfondire il vero significato e il reale ruolo delle radici di ognuno di noi.
Infatti l’essenza della filiazione e della genitorialità è costituita dai rapporti affettivi e reciprocamente formativi che si sono instaurati tra i figli (biologici o adottivi) ed i loro genitori (biologici o adottivi). 

Pertanto se il Parlamento non intende rinnegare gli impegni assunti dalle leggi con le donne che non hanno riconosciuto i loro nati, cambiamenti in merito possono essere disposti solo per le donne che partoriranno dopo l’approvazione della nuova legge;

5. dalle notizie in nostro possesso risulta che le richieste di conoscere le donne che li hanno partoriti sono presentate da una assai esigua minoranza di figli adottivi (a nostra conoscenza poche decine) di fronte agli altri 140mila fanciulli adottati, di cui oltre 20mila non riconosciuti.

Ciò premesso evidenziamo altresì che l’approvazione delle proposte da Voi presentate non garantendo più l’assoluto segreto del parto, creerà difficoltà devastanti alle donne che non intendono abortire e che nello stesso tempo sono consapevoli di non essere in grado di fornire le occorrenti inderogabili prestazioni ai loro nati.
Mentre riteniamo corretta l’accettazione delle decisioni delle donne che ricorrono all’aborto, riteniamo altrettanto corretto il rispetto della scelta delle partorienti che vogliano portate a termine la gravidanza e nello stesso tempo non intendono riconoscere i loro nati.
Ne consegue che le attuali disposizioni di legge non dovrebbero essere modificate per tutte le donne che non hanno riconosciuto i loro nati prima dell’entrata in vigore delle nuove norme.

Pertanto, in base alle considerazioni sopra esposte Vi chiediamo di ritirare con la massima urgenza la proposta di legge in oggetto.
Restiamo a disposizione e nel ringraziarVi per l’attenzione porgiamo cordiali saluti.
Maria Grazia Breda e Francesco Santanera           

Attualmente fanno parte del Csa le seguenti organizzazioni: Associazione Geaph, Genitori e amici dei portatori di handicap di Sangano (To); Agafh, Associazione genitori di adulti e fanciulli handicappati di Orbassano (To); Aias, Associazione italiana assistenza spastici, sezione di Torino; Associazione “La Scintilla” di Collegno-Grugliasco (To); Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie, Torino; Associazione “Odissea 33” di Chivasso (To); Associazione “Oltre il Ponte” di Lanzo Torinese (To); Associazione “Prader Willi”, sezione di Torino; Aps, Associazione promozione sociale, Torino; Asvad, Associazione solidarietà e volontariato a domicilio, Torino; Associazione tutori volontari, Torino; Cogeha, Collettivo genitori dei portatori di handicap, Settimo Torinese (To); Comitato per l’integrazione scolastica, Torino; Ggl, Gruppo genitori per il diritto al lavoro delle persone con handicap intellettivo, Torino; Grh, Genitori ragazzi handicappati di Venaria-Druento (To); Gruppo inserimento sociale handicappati di Ciriè (To); Ulces, Unione per la lotta contro l’emarginazione sociale, Torino; Utim, Unione per la tutela delle persone con disabilità intellettiva, Torino.